Domenica, 22 luglio 2018

LUGLIO PER FIORIRE...




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…Luglio per fiorire…

 
“…Là  dove i popoli prendono coscienza della loro originalità, possono giustamente studiare la loro cultura da sé, cioè dall’interno…”
                                                             
Claude Levi-Strauss

 


Stiamo vivendo in un periodo in cui la scienza e la tecnica danno vita a continui e incessanti mutamenti nei metodi e nei modi di produzione: di conseguenza ogni tipo di società, rurale o urbana che sia, è soggetta a frequenti trasformazioni.
Anche la nostra zona  non è rimasta immune da questo processo di modernizzazione e dinamizzazione legato alla società industriale: sono andate scomparendo le attività artigianali che per lungo tempo avevano contribuito all’economia della montagna. 
Così anche la  Montagna Pistoiese ha iniziato,  negli ultimi cinquant’anni,  la sua lenta metamorfosi verso un modello socio-economico più rispondente alle attuali esigenze.
Ma parlando con la gente non è difficile cogliere, nella cultura sommersa di ognuno,  una punta di orgoglio per il passato che fu, scarno di benessere naturale, ma ricco di valori umani. Emerge, fra questi, il rapporto simbiotico con il bosco e la natura, che fu persino codificato nelle norme giuridiche e negli statuti della comunità.
Qui, su questa montagna, il lavoro è stato per secoli prassi e regola quotidiana per uomini e donne. L’esperienza, base di qualsiasi conoscenza, dava il mestiere e il mestiere assicurava la vita.
L’economia montanina si è basata, per secoli sulla silvicoltura, ogni anno quando si concludeva l’attività di  raccolta delle castagne, intorno al mese di novembre,  quasi tutti gli uomini validi andavano a tagliar boschi e a far carbone in Maremma (con l’espressione “andare in Maremma” si intendeva l’emigrazione verso tutte quelle zone dove c’erano macchie da tagliare), per integrare il modesto guadagno delle loro famiglie.
Quello del boscaiolo e del carbonaio non fu mai un lavoro facile, ma era l’unico possibile in una comunità che possedeva soltanto castagni e boschi.
Era un mestiere umile e duro che seppe però sviluppare un rispetto particolare per la natura e una sensibilità spiccata per la solidarietà sociale.
Il lavoro si svolgeva in maniera collettiva, organizzato in compagnie durante il taglio dei boschi e in gruppo nella stagione della castagnatura.
Il metato (essiccatoio per le castagne) e le veglie costituivano un importante centro di incontro e di trasmissione della cultura.
Queste  attività seppero produrre specifici strumenti per il lavoro, tecniche colturali ed abitudini alimentari tipiche, proverbi originali e canti popolari, insomma una cultura nella quale ognuno si riconosceva e che tutt’ora è presente nella tradizione locale e si ritrova in numerosi edifici sparsi sul territorio, nella tipicità di alcuni piatti poveri, le cui ricette derivano direttamente da quelle antiche,  e nei canti, nei proverbi, nelle storie, che ancora gli anziani del paese ricordano e che i giovani stanno riscoprendo e riportando alla vita.
Questo lavoro raccoglie le testimonianze che ci son giunte attraverso la voce dei nonni, degli  amici, degli abitanti che, con una continuità di presenza familiare, che non si ha nelle aree urbane, hanno mantenuto un legame costante con lo spazio storicizzato del loro paese. Parole e cose. Qui parole e cose coincidono ancora.
Si va lavorare a Pistoia o a Firenze, ma si sta nel paese dove ci si ritrova  in piazza e dove si gustano ancora antiche pietanze a base  di castagne, dove si celebra ancora l’arrivo della bella stagione “cantando il Maggio”  per le vie del paese.

 

Dalla montagna alla Maremma
Storie di carbonai
 
Ogni anno,appena terminata la raccolta delle castagne, quasi tutti gli uomini validi andavano a tagliare i boschi e a far carbone in Maremma,per integrare il modesto guadagno delle loro famiglie. Allora “non  restavano nei paesi che le donne, i bambini e vecchi, con un piccol numero di pecore per supplire al loro vitto e con una provvisione di farina di castagno”.

 

 
 
Talvolta portavano al seguito anche le donne e i figli, perché lasciare la famiglia al paese poteva essere un spesa aggiuntiva rispetto alle economie che si potevano realizzare andando tutti insieme alla macchia:
“più volentieri li avrei fatti restare tutti a casa; ma non avevo da lasciargli nulla… nemmanco un po’ di farina per isvernare”.
Soli o con la famiglia, essi erano sempre accompagnati da un garzone,  un ragazzo fra gli otto ed i dodici anni, che i tal modo veniva iniziato alla pesante condizione del carbonaio. 
Lo chiamavano mèo.
Il termine, ormai in disuso come il mestiere che esso richiama, era probabilmente una contrazione di San Bartolomeo, un santo che  Pistoia gode tutt’ oggi di una particolare devozione proprio come protettore dei bambini, che qui sono chiamati… san-mèi. 
Ma al di là dell’appellativo affettuoso che veniva dato al garzone, l’esperienza del mèo implicava tutti i disagi della vita del carbonaio e si inquadrava inevitabilmente nella più vasta casistica dello sfruttamento minorile, assai diffuso in passato.
Il suo lavoro, più che una pratica di vero apprendistato, era una pesante corvè mal pagata e senza tutela, che lo teneva occupato dall’ alba al tramonto nel cucinare il cibo alla squadra dei boscaioli, portare acqua, tenere in ordine la capanna ed aiutare gli uomini in tutti i loro pesanti lavori.
 
La migrazione stagionale dei montanini pistoiesi ha origine assai remote, tant’è che essa è già documentata dagli scritti del piovano Girolamo Magni nella seconda metà ‘500. 
Alla fine dell’Ottocento il termine “Pistoiese” era usato in Maremma come sinonimo di carbonaio, ad indicare che l’origine prevalente dei boscaioli era la montagna di Pistoia, ove, da secoli, si era sviluppata massimamente l’abilità di questo mestiere.
Sull’Appennino, al contrario, i taglialegna erano chiamati “maremmani” per la loro antica e continua abitudine ad emigrare d’inverno in quei luoghi.
All’ emigrazione stagionale verso la maremma si sostituì allora l’esodo prolungato e talvolta definitivo dalla montagna verso la città, in direzione dei centri industriali italiani ed esteri.
Sembra che l’ultima compagnia di boscaioli sia stata organizzata sull’Appennino pistoiese nel 1955.

 


 
Il mestiere del carbonaio
 
Per molti secoli, dalle origini al suo recente declino, il mestiere del carbonaio non ha subito alcuna significativa modifica ed infatti sostanzialmente uguali sono fra loro le testimonianze che ci sono pervenute sulle usanze, le condizioni di vita e le tecniche della lavorazione.
Il Giusti, in una lettera del 1841 indirizzata a Pietro Thouar, annotava:
“vanno a svernare al piano… lasciando lassù solamente i vecchi, le donne e i bambini; e chi va al taglio delle macchie e dei boschi per far carbone e potassa, chi a tendere i lacci agli uccelli; e i grandi arrosti di beccacce, di merli, di tordi, che trangugiano i mangiapani  ai desinari illustrissimi sono il frutto delle fatiche di quella povera gente, che s’arrabbatta per tre o quattro mesi nel cuore dell’inverno per portare a casa venti francescani.
Tornano a maggio riunti di borsa, smunti di salute e spesso intaccati di vizi; che lassù, in quei luoghi lontani da’ serbatoi della corruttela , ti danno nell’occhio tanto più quanto meno te l’aspetti, come la virtù nelle città grandi”.
La partenza dei carbonai avveniva di solito dopo la ricorrenza dei Morti:
“ il giorno dopo il paese si spopola; gli uomini vanno lontano in cerca di altro lavoro per tutto l’inverno e lasciano la moglie e i figlioli soli: questi finche non abbaino l’età di portare un’accetta.
Vanno… a far carbone… provvisti d’un par di scarpone impuntiti e imbullettati  a doppio, d’un’accetta, d’un paio di camiciole e di due camicie, fanno il fagotto; ci metton dentro il Tasso o l’Ariosto o qualche altra storia in poesia, per legger la sera a capanna, quando non hanno da far altro; infilano nel fagotto l’accetta e quella notte  partono. Prima, vanno a dir addio di famiglia in famiglia; e chi può tien preparato un fiasco di vino e un piatto di bruciate, bisogna bere,  mangiarne una; poi glie ne metton  delle manate in cacciatora le mangeran per la strada.. Tutta la sera è un far padellate  di bruciate e un mondare.. Vengono gli uomini che hanno a partire; son allegri e melanconici: hanno quell’ansia nascosta di far un bon affare e la paura di farne uno cattivo..
Era dunque una partenza piena di speranze, ma anche colma di preoccupazione perché il guadagno,  quando c’era, si vedeva solo alla fine della stagione. 
Vi era poi il distacco dalla famiglia, quando questa rimaneva al paese: 
 
 
Con l’ accetta in spalla e ‘l capo basso
Quel montanin  s’ avvia per le maremme;
du’ panni in un fagotto; in tasca ‘l Tasso:
Ecco tutto ‘l su ‘lusso e le su’ gemme!
La vecchia mamma seguita ‘l su passo;
Lui va, per nò straccarla, lemme lemme,
e le dice: “Il mi bimbo, mamma tiemmelo di conto
ho lui solo e a te lo lasso…”

 

I carbonai partivano ingaggiati da un capomacchia, in compagnie composte da poche persone, andando in treno quando e sin dove era possibile, più spesso a piedi fino alle macchie della Maremma. Qui costruivano per ricovero la loro capanna, secondo l’ antico uso della montagna:
“Andiamo…in una squadra di sette o otto, fra uomini e ragazzi.
Ci fabbrichiamo una capanna di frasche d’intelaiatura solida, e la ricopriamo con zolle erbose. Sul terreno, un bel mucchio di foglie secche ci fa da giaciglio. Non è molto morbido e neppure molto comodo: ma noi ci siamo assuefatti, e poi la fatica ci serve da materassa.
In un angolo della capanna, al sicuro dalla pioggia, teniamo la forme di cacio pecorino e il sacco della farine gialla. Cacio e polente; quando siamo alla macchia non ci cibiamo d’altro. E quanto al bere, ci basta l’acqua fresca…”
Il lavoro era pesante e tutt’altro che semplice:
“Il carbonaio è un mestiere difficile, che si trasmette di padre in figlio. Carbonai in Maremma non ce ne sono. Provengono tutti dall’Appennino Pistoiese o dalla Garfagnana…
La cottura della legna è un’operazione molto delicata, che richiede grande esperienza.
Il carbonaio comincia a costruire l”uovo di legna”(cioè una catasta a forma di cupola) alta fino a tre metri, lo riveste in basso di zolle, sopra di uno strato di foglie secche e terriccio. Egli ha avuto cura, accatastando il legname, di lasciare ne mezzo un forno di una quarantina di centimetri. 

 

 
 
 
Viene dato fuoco di sopra; la carbonaia fuma subito. All’incirca dopo dodici ore, l’uomo comincia a praticare dei buchi, che poi tappa e stappa, a seconda di come spira il vento, al fine di assicurare un tiraggio uniforme. La cottura dura tre giorni; se è stata fatta a regola d’arte, il carbone acquista la tempera, cioè reagisce all’umido sputando ragia bianca...”.
 
Comunque fare il carbone richiedeva una lunga esperienza, perché solo col tempo si potevano imparare le tecniche necessarie per la costruzione della carbonaia e le regole per una corretta cottura della legna.
 
 



 
Canti, storie e poesie
 
Tra i ricordi dei bisnonni ci sono le poesie di sentimento oppure episodi e fattarelli curiosi che venivano raccontati a veglia, intorno al fuoco quando ci si riuniva nelle case, nei metati o nelle capanne dei carbonai.
Certi aneddoti suscitavano ilarità alle spalle dei sempliciotti, che in genere ridevano anche loro.
Ma anche i patimenti di questa vita condotta “alla macchia” hanno trovato un eco costante nei canti e nella tradizione orale del popolo.
 
 
Un carbonaio… impensierito
 
Un carbonaio era impensierito perché aveva la camicia sporca di polvere di carbone. Pensa e ripensa, pur non avendo l’acqua per lavarla riuscì a trovare una soluzione.
 Si tolse la camicia di dosso, la rovesciò e poi se la rimise. 
A questo punto tutto soddisfatto della brillante trovata esclamò: ”beata pulizia!”
 
 
Testimonianza di un meo “ consapevole”
 
Il mio studio fu quel del carbonaro
Son da piccino in mezzo alla foresta
Costretto a lavorare al giorno chiaro,
di notte, a tempi tristie alla festa.
Quando il lavoro è così duro e amaro
Vien duro anco ‘l cervello della testa.
Dunque lettor ti chiedo perdono
Se questi versi grossolani sono

 

 
Maremma amara
 
Poteva accadere che qualche carbonaio , partito per la maremma non tornasse più. Allora la donna abbandonata dava sfogo ai timori e alle pene d’amore con un canto accorato:
 
Tutti mi dicon Maremma Maremma
A me mi pare una Maremma amara.
L’uccello che ci va perde la penna
Io c’ho perduto una persona cara.
Chi va in Maremma e lascia l’acqua fresca
Perde la dama e più non la ripesca.
Chi va in Maremma e lascia l’acqua bona
Perde la dama e più non la ritrova.
Sia maledetta Maremma Maremma
Sia maledetta Maremma e chi l’ama
Sempre mi piange il cuore quando vai
Dalla paura che non torni mai.
 
 
Ritorni…
 
Nonostante tutto la ricomposizione del nucleo familiare permetteva di riprendere il ciclo naturale della vita
 
L’è rivenuto il fior di primavera,
l’è ritornata la verdura al prato.
L’è ritornato chi prima non c’era
È ritornato il mio innamorato.
L’è ritornata la pianta col frutto
Quando c’è il vostro cuore, il mio c’è tutto!
L’è ritornato il frutto con la rosa,
quando c’è il vostro cuore, il mio riposa.
 
Il lamento del carbonaio
 
Vita tremenda e vita disperata
Chi un l’ha provato un lo po’ immaginare
Credo all’inferno un’anima dannata
Che così tanto possi tribolare:
tanto è lo spasimo e i’ dolore
quella del carbonaio i’ tagliatore.
Parte da casa ha poco lieto i’ core, 
si riunisce a soma a diversi compagni;
lascia la moglie immersa in un dolore
e i figli scalzi e ignudi come ragni,
dicendogli: “Se giova il mio sudore
ho la speranza far li bon guadagni,
soccorso vi darò come vedrete,
vi comprerò le scarpe e mangerete”.
Inzecca in una foresta e alta e dura,
gli par d’aver trovato un gran tesoro,
gli è lìche tutti insieme ci si adduna
possibilmente ni centro del lavoro.
Gli è lì che di una parte alcuna
Forman la cella per il suo demoro,
la fabbrican con legna, terra, zolle e sassi
pare proprio un ricovero de’ tassi.
Otto mesi si dorme sotto le oscure zolle
Co ‘i capo in terra come le cipolle,
otto mesi bisogna coricarsi
nutrendosi di un cibo più meschino,
pulendo i’ cacio un si diventa grassi
per risparmià se ne mangia pochino.
Ora che a conti ci siamo arrivati,
laggiù il ministro li ha già sistemati;
ci consegnano biglietti sigillati, 
par che da pigliar a lor molto gli prema,
quando che li han letti, esaminati,
quello che gli par troppo ce lo scema.
Tutto a utile suo la somma tira,
lo chiude i’ conto e i’ povero sospira.
Essere stati otto mesi schiavi,
pensate un poco come taglian la giubba:
in centonovantanove tutti ladri,
fanno a gara fra loro a chi più rubba.
Ritorno a casa stracanato e sfatto
Senza quattrini e con la febbre addosso. 

 

La canzone del meo
 
Ovvero: i lamenti del garzone di carbonaio
(canto in ottava rima).
 
Se Apollo vorrà farmelo il favore
di mettermi qualcosa nella testa
vi dirò quando facevo il servitore
dei carbonai che stanno alla foresta.
Di metterci il mio nome non occorre
Ma bensì Meo, la tradizion l’attesta.
Chi chiamò Meo per primo, m’indovino,
certo fu qualche gatto montanino!
 
Aveo dieci anni ,quando per destino
Rimasi senza babbo e senza dote.
Ero dei figli ,io, il più grandino.
Mamma malata e lavorar non pote;
vedea ogni giorno, sempre più vicino
la dea miseria e sempre più mi scote.
La vita mia ne aveva l’istruttura
da sembrar di Pinocchio la figura.
 
Fin da piccino la madre natura
mi fece sentir l’inclinazione
con molto ardore alla letteratura;
e lì ne cominciai con gran passione.
Ma quella scuola non fu duratura;
sol pochi mesi mi dette lezione.
Fu giocoforza di cambiar pensiero
Per guadagnarmi il pane giornaliero.
 
Mi prese un carbonaio calloso e nero,
mi tenne una compagnia alla foresta.
Duro il lavoro e tenero com’ero
Immaginate voi se mi molesta.
Per me sono ubbidiente a dire il vero;
già massime inculcate nella testa;
agile  pronto a ogn’ordine impartito
giammai peccai d’averlo trasgredito! 
Non avevo un lavoro ancora compito
Che m’ordinava più d’una faccenda.
“svegliati meo, presto avrai finito;
se non tu vuoi il padrone ti contenda
va a pigliar l’acqua, e subito ammanito bolla
il paiolo e la farin discenda.
Urla – euh!” pria che sia cotta.
Noi si risponderà: si vien di trotta!
 
Appena la prima fetta in bocca è rotta,
che sia perché non rida, oppur non goda,
mi dà dell’imbecille e della marmotta dicendo:
è poco cotta… o troppo soda!
Mentre l’aveo a termine condotta 
Con tutte le bontà che il coco loda!
Pria che finisca di mangiare e bere
mi fa tosto rizzare da sedere!
 
“O Meo vallo il carbone a rivendere 
e guarda che non bruci, dammi retta!
Vai di corsa e non ti trattenere.
Non ti scordare il pennato ne l’accetta
c’hai da trinciar la legna.
E va a vedere che dev’esser già piena la barletta;
portala quassù, fa’ come un razzo;
araccatta il carbone e lo spiazzo”
 
“io delle strade non me ne imbarazzo 
- disse il padrone - fai quello stradello.
E poi riguarda quelle carbonare
che capre e vacche un l’abbiano a sciupare!”

 

A Pietro Buccelli
 
Una poesia popolare vivace e simpatica, in cui si ringrazia tale sor Bucelli per un sacco di farina di castagne mandato in dono al poeta.
 
La ringrazio, sor Bucelli,
di quel sacco di farina:
tutti gli anni, ma corbelli?
È davvero un po’ grassina.
 
Era buona e saporita;
se ci crede ancor mi tocca
di leccarmene le dita
per sentire dolce in bocca.
 
Quanti necci e farinate 
e polente, e castagnaccio,
se ne fa certe pappate 
da pigliare il calcinaccio .
 
Spesso spesso mi ritrovo 
che il paiolo al foco attacco;
vò sperar che l’anno nuovo
me ne mandi un altro sacco.
 
Spero sempre ogni momento 
che non capiti bruscelli,
che né gradine né vento 
non gli sperperi i novelli.
 
Che non venga un secca riccio
da buttare in terra i cardi
e sperar che presto o tardi,
possa empire il suo caniccio.
 
E che venga una raccolta
dir più grossa non potrei,
e allora un’ altra volta 
mi ricorderò di lei.
 
La ringrazio di gran cuore
e con animo fedele:
vada parte dell’onore 
alla ciuca di Michele.
 
La ringrazio e chiedo scusa
se gli ho fatto queste rime,
saprà ben che la mia musa 
non è poi tanto sublime.
 
Ma gli auguri più sinceri
glieli fò di vivo cuore,
obbligato a tutte l’ore
le sarà Giuseppe Geri.
 

 
Gli indovinelli
 
La destrezza mentale, la conoscenza della lingua,i significati nascosti di alcune parole tranello, i numeri, l’ironia, amalgamati dalla briosità del vernacolo, sono gli ingredienti di questo “gioco parlato”atto a stimolare l’attenzione, l’intelletto e la curiosità. Solitamente venivano proposti a turno in gruppo e chi ne indovinava di più, se non aveva il premio aveva sicuramente il rispetto dei compagni.
 
 
Ho il cuore spinoso
E il cuor generoso,
mi mangiano cotta,
bruciata o ballotta.
Vivo in campagna.
Mi chiamo…
(Castagna)
 
 
Signori che andate pignorando
Trovatemi una vecchia
Che abbia un anno!
(La farina)

 

L’altalena sta distesa
Patalocco sta attaccato
Luccichino sta di sotto
E dà nel culo a patalocco! 
 
(Il paiolo della polenta)
 
Luglio per fiorire
Agosto per ingenerare
Settembre per granire
Ottobre per cascare 
 
(Il castagno)
 
 
Son piccina e rotondetta.
Son dolcina e son moretta.
Son di razza Montagnina
Dell’inverno son regina.
Son dei bambini la cuccagna
E quindi sono……la castagna.
 
 
PProverbi e detti
 
La produzione delle castagne e l’attività boschiva dipendevano in gran parte dall’andamento delle stagioni, che era per questo oggetto di continue osservazioni.
Da questa abituale osservazione del tempo sono derivati numerosi avvertimenti legati alla coltura delle selve.
 
Dove Maggio non copre
Ottobre non coglie.
 
Gennaio ingenera, Febbraio intenera,
Marzo imbrocca, Aprile sbrocca;
voglia o non voglia Maggio vuole la foglia.
 
D’ulive, castagna e ghianda
D’agosto ne dimanda
 
Quando piove il dì dell’Ascensione
Ogni cosa in perdizione
 
Quando piove l’ultima settimana di maggio
O la prima di giugno,
si seccan le castagne senza fumo.
 
Se piove su solleoni
Le castagne tutte in guscioni.
 
 
Il caldo di settembre toglie 
E non rende.
 
La nebbia d’ottobre
Ingrassa le castagne.
 
Quando la montagna ride
Il piano piange.
 
Molte castagne 
Poco grano.
 
Quando le castagne sono alle vigne,
alla montagna non ce ne fa.
 
Due polente insieme
 non furono mai viste.
 
Vento libeccio
Né pane né  neccio.
 

La lavorazione della castagna
 
Nonno Giuliano racconta
( di Federico Ducci, classe II^ C - San Marcello)
 
Nonno Giuliano, seduto davanti al camino, la settimana enigmistica in mano, ricorda così i tempi in cui tutto, veramente tutto, era indissolubilmente legato al ciclo della castagna: 
“ Fino all’ultimo dopoguerra, la castagna, faceva parte dell’alimentazione di queste zone, di conseguenza c’era la necessità di “stare dietro alla pianta”: curare gli alberi. Ogni 2 o 3 anni gli alberi, venivano ripuliti dai rami vecchi con una accurata potatura. Prima di incominciare la coglitura andava pulita la selva, cioè veniva rastrellato il terreno sotto le piante in modo da rendere più agevole la raccolta, altrimenti più di metà dei frutti andava perduta. C’era un criterio preciso per la raccolta:  per prime dovevano essere prese quelle cadute nella strada della selva, queste infatti per antica consuetudine, potevano essere raccolte da chiunque fosse passato dalla strada, non erano  considerate di proprietà esclusiva del padrone della selva. In un secondo momento si passava a quelle cadute all’interno del possedimento. Dopo la raccolta le castagne venivano portate a casa, per poi venire stipate in una stanza apposita.  A seconda della stagione  più o meno umida, le castagne venivano “mosse” ogni tanto affinché non infunghissero, prima di metterle a seccare. La seccatura avveniva  nel “metato”,  una costruzione solitamente costituita da una sola stanza dove veniva acceso un fuoco alimentato esclusivamente con legna di castagno. Il fuoco doveva esser fatto in una maniera particolare, compito non facile, perché era necessario che fosse continuo ma regolare, altrimenti con il calore troppo elevato le castagne “arrossivano, cioè si abbrustolivano; queste infatti erano disposte su un graticcio sopra il focolare, ad una altezza di circa due metri, composto da listelli di legno distanti pochi centimetri l’uno dall’altro per evitare che  i preziosi frutti cadessero nel fuoco;  lo strato di castagne poteva raggiungere  anche i 50 centimetri di spessore. Inizialmente era sufficiente fare fuoco per togliere la naturale  umidità  del frutto dopodiché iniziava la vera e propria essiccazione. Dopo 20-25 giorni, sempre a secondo della stagione, le castagne venivano rivoltate, ovvero quelle che erano più esposte al calore venivano messe sopra e viceversa.
Questo lavoro non era facile e di solito veniva fatto dal “vecchio” della famiglia, egli curava la fase della seccatura con abilità e esperienza. Oltre a luogo per la seccatura delle castagne, il metato era anche un luogo di ritrovo per la gente del  paese, infatti, la sera, invece di stare in casa, si andava in uno dei metati vicini a fare la cosiddetta “veglia, durante la quale ci si raccontavano storie e ci si teneva compagnia, se non altro per la temperatura più piacevole di quella riscontrabile nelle abitazioni dell’epoca, prive di riscaldamento. Quando le castagne erano seccate, prima di portarle al molino,  apposito luogo per trasformare le castagne in farina, venivano “sgarellate”, ovvero tolte dal garello (o graticcio) in  questa occasione, era consuetudine, aiutarsi tra famiglie. Dopo, io me lo ricordo bene, dato che non c’erano le macchine per eliminare la buccia, le castagne venivano sbucciate e spellate a mano con un cosiddetto pigione. Il pigione era un manico simile a quello della pala, anche se più robusto e con degli spunzoni di ferro all’estremità; le castagne, messe dentro il “bigoncio” (un secchio fatto di listelli di legno)  venivano pestate fino a che la buccia non si era tolta completamente. In seguito le donne ripulivano le castagne dalla buccia con la “vassoia”, si trattava di far saltare le castagne in aria a di farle ricadere in questo grande vassoio di legno, con la loro maestria riuscivano a dividere le leggere bucce dal frutto ormai secco, questo era un lavoro molto faticoso.
Più avanti negli anni si cominciarono a usare le macchine progettate appositamente per svolgere questi lavori e così divenne tutto più facile. 
Prima di venire portate al molino le castagne venivano controllate e scartate quelle considerate non buone perché altrimenti avrebbero  alterato il sapore finale della farina. Le castagne più grosse e belle non venivano macinate ma conservate per poi essere cotte in acqua salata e foglie di alloro, il risultato era una squisita minestra. Il giorno in cui le castagne venivano pigiate (e di conseguenza tolte dal caniccio), era necessaria la partecipazione di molte persone e perciò ci si aiutava tra “canicci”, a fine giornata frequentemente  i lavoratori  avendo abusato del buon vino loro offerto, risultavano un po’ “brilli”…
La farina che si ricavava dalla macinatura  delle castagne veniva riposta in un mobile di legno (detto magazzino); chi era proprietario di grandi possedimenti doveva fare spazio alla farina che avrebbe prodotto e perciò non era raro trovare anche due o tre magazzini in una sola casa.  Per far  capire come questo alimento fosse essenziale per  l’alimentazione di quei tempi, ricordo che se il nostro lavoro non veniva svolto correttamente venivamo sgridati duramente.” 
 
Là dove finisce il pane
 
La coltivazione del castagno sulle montagne pistoiesi, come abbiamo visto, ha radici antiche: le motivazioni essenziali sono da rilevarsi nell’estrema povertà di questo comprensorio, dove, specialmente in inverno, le avverse condizioni climatiche e le scarse risorse, creavano gravi problemi di sopravvivenza. Il castagno era, ed è, l’unico albero da frutto coltivabile in maniera estesa, capace di offrire una risorsa alimentare completa.
Ancora oggi la farina di castagne è prodotta con metodi e tecniche tradizionali e viene utilizzata per la preparazione di deliziose ricette della tradizione antica.
La farina di castagne che, nella zona, chiamiamo “dolce” ha una consistenza fine sia al tatto che al palato, sapore dolce con eventuale leggero retrogusto amarognolo e, naturalmente, profumo intenso di castagne.

 

 


 
I necci
Fra le tante preparazioni cha si possono realizzare con la farina di castagne, merita un’attenzione particolare il neccio, una piccola schiacciatella morbida e umida, la cui semplice preparazione consiste in una diluizione di acqua e farina dolce con aggiunta di un pizzico di sale ed una rapida cottura fra due piastre roventi che, secondo la tradizione, erano fatte di pietra refrattaria: i testi.
Essi venivano appunto riempiti con l’impasto, sistemato fra due foglie di castagno,  poi impilati in un apposito contenitore e avvicinati al caldo del camino.

 

 




Lavorazione del testo da necci
 
Dal blocco di arenaria tenera estratto dalla cava venivano ricavate piastrelle di forma approssimativamente quadrata o trapezoidale e di misure tali da contenere, in abbondanza, il testo finito. Con mazzolo, punte, scappelli ed anche una piccola accetta veniva fatta una prima lavorazione di sgrossatura sui piani e sul bordo. Quindi, mordendo gli spigoli con tenaglie ed accetta, veniva conferita alla pietra anche una certa rotondità. A questo punto, i testi sgrossati a secco, venivano rifiniti sia sui piani sia su bordo, sfregandoli energicamente tra loro in presenza di acqua che asportava, in continuazione, i detriti prodotti. Per far questo venivano sistemati in numero di 3-5, sopra una tavola e contenuti sull’esterno da alcuni chiodi sporgenti in misura inferiore allo spessore del testo finito.
Parzialmente immersi nell’ acqua insieme alla tavola, venivano sfregati con un altro testo sgrossato, mosso manualmente, con moto traslatorio, circolare e alternato rigirati sottosopra, venivano levigati anche sull’ altra faccia e portati a spessore. Anche il bordo veniva rifinito per sfregamento con altri testi sgrossati, sempre in presenza di acqua. acquisite le dimensioni e la forma, i testi dovevano essere temperati. Esposti al fuoco fini ad assumere il colore bianco, venivano, poi, raffreddati lentamente appoggiandoli semplicemente sulla terra o sulla sabbia. Alcuni non superavano la prova del fuoco e si fessuravano, ma la maggior parte andava a destinazione nelle cucine e nei metati a cuocere il pane quotidiano di tante persone:  i necci. 
Ma i testi non servivano solo a questo; la loro utilità era molto semplice.
Qualcuno, di peso abbondante, ben caldo ed avvolto in un panno poteva essere posto sul petto per alleviare la tosse, oppure sistemato in fondo al letto a scaldare i piedi nelle lunghe e fredde notti invernali.
Con le nostre mamme è scomparso anche l’uso dei testi che, ogni tanto, ricompaiono in qualche ripostiglio, sbreccati o fessurati, impilati alla meglio, nella vecchia testaiola divenuta, a giusta ragione, un cimelio, pur nella modesta consistenza di quattro paletti e due tavole intarlate, ma piena di tanti ricordi della nostra gioventù.

 

Le foglie da necci
 
Le foglie del pastinesi, grandi e rotondeggiati, erano quelle più indicate per la preparazione dei necci. In ottobre, con l’accettino, si straccavano dalle piante i rametti o ramoscelli con le foglie più belle e si raccoglievano in fastelli legati con una ritorta. Alla sera, durante la veglia, in cucina o nel metato le foglie venivano spiccollate, cioè distaccate dai rametti, tralasciando quelle piccole o rotte. Sovrapposte con ordine e cura, formavano dei mazzetti di circa un centinaio di pezzi legati, come i fastelli, con piccole ritorte. Quindi i mazzetti venivano infilzati con un grosso ago di acciaio, ricavato da una stecca da ombrello e legati con spago in modo da formare una grossa collana di alcune decine di pezzi. Questa veniva appesa in ambiente asciutto dove le foglie seccavano lentamente e si conservavano per tutto il tempo necessario, mantenendo quasi intatto il loro colore naturale. Al momento dell’uso venivano immerse in acqua tiepida a rinvenire perché riacquistassero l’originale, necessaria flessibilità.

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